Parco Nazionale del Gran Paradiso

Roberto Boccucci

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Da quando, oltre 20 anni fa, ho cominciato a percorrere i sentieri del Parco Nazionale del Gran Paradiso, ogni volta che mi accingo ad addentrarmi fra le sue montagne, le sensazioni sono sempre le stesse, animate dalla stessa speranza che la natura riservi a me, quel giorno, uno spettacolo fuori dal comune.
La mattina, quando solo un filo di luce schiarisce i contorni del fondovalle, è il momento giusto per mettere lo zaino in spalla e cominciare l’ascesa.
L’aria è fresca e il semplice respirare, gesto che facciamo migliaia di volte al giorno, qui assurge a un livello superiore acquisendo la dignità che gli spetta. Ogni respiro viene quasi “pensato” per poterne assorbire tutta la sua energia rivitalizzante.
Fanno da contorno inevitabile il profumo dell’erba bagnata dalla rugiada mattutina e il suono dei torrenti che d’estate scorrono vorticosi, alimentati da ghiacciai ormai in declino.
Dopo aver attraversato i prati di fondovalle, si entra nel bosco, ben disposti ad affrontare i ripidi sentieri che portano ai pascoli d‘alta montagna. Alle prime luci dell’alba il bosco è straordinariamente ovattato: persino gli uccelli sembrano rispettare la consegna del silenzio. Si abbandona subito l’idea di arrivare ad una meta prefissata e ci si predispone a quell’incedere lento che solo consente di cogliere tutte quelle piccole grandi sfumature che il Parco è in grado di offrirci.
Ad ogni passo si avvicendano i ricordi di tanti estati passate su questi monti come di quella mattina, sul sentiero che porta ai piani di Levionaz, in cui le sottili falci scure che scorrevano fulminee sopra il filo del manto erboso, tradivano la presenza di due maschi di Fagiani di Monte alla ricerca di una via di fuga; oppure quella volta che poco prima delle Meyes, un Gipeto ha cominciato a veleggiare venti metri sopra la mia testa fendendo con ali ferme un silenzio perfetto; o ancora quando a Plan Borgno, dopo tante ricerche, ho finalmente scorto un ermellino in abito invernale che compariva e scompariva fulmineo fra le rocce.

Alcune volte invece si fanno delle osservazioni che hanno un, seppur minimo, valore etologico. Ai bordi del sentiero che porta al Rifugio Chabod, qualche estate fa fui colto di sorpresa dall‘involo di un pulcino di Fagiano di Monte al quale seguirono, uno alla volta, gli altri sei che componevano la nidiata; infine partì la chioccia che aveva pazientemente atteso che tutti i suoi piccoli fossero in salvo.
Mi ricordo anche di quella volta che ai piani del Nivolet scorsi sulle rocce un ermellino. Si allontanò subito, ma poi notai che faceva capolino tradendo la sua istintiva curiosità. Bastò restare assolutamente fermo e lui fece il resto. Si avvicinò fino a quasi due metri passando di roccia in roccia, assecondando quella sorta di frenesia tanto tipica del suo comportamento.
I ricordi si avvicendano, creano esperienza e hanno il potere di dirigere lo sguardo; intanto i tornanti si succedono finchè, superati i 2000 metri di altitudine, gli alberi cominciano a diradarsi facendo spazio ai pascoli di alta montagna. Lo scenario cambia completamente e la vista può spaziare su orizzonti più ampi. I fischi delle marmotte segnalano la nostra presenza a tutta la colonia. La loro attività è frenetica: sono impegnate a mangiare il più possibile al fine di accumulare il grasso che serve per affrontare il letargo invernale. I piccoli non rinunciano però a recitare il loro ruolo e vicino alla tana i fratelli si affrontano spesso in lotte rituali. L’attenzione della colonia è comunque sempre al massimo in quanto la minaccia dell’aquila su questi monti è tutt’altro che remota.
Sui pascoli è frequente anche l’incontro con il camoscio. La distribuzione altimetrica dello stesso varia a seconda delle stagioni e del sesso. In estate le femmine con i piccoli, solitamente all’interno di branchi, tendono ad occupare i pascoli d’alta quota senza un particolare collegamento al territorio; i maschi invece occupano altitudini mediamente più basse e tendono stare nel territorio che in autunno, nel periodo degli amori, difenderanno dalle incursioni dei rivali. In inverno i camosci scelgono altitudini più basse prediligendo i crinali più ripidi, solitamente sgombri dalla neve. In primavera infine non sarà difficile scorgerli anche nel fondovalle dove i pascoli garantiranno la prima erba fresca stagionale.


Gli stambecchi invece sono legati ai livelli altimetrici più alti (in estate 2300-3200 metri slm) . Persino in inverno frequentano altitudini spesso notevoli ; infatti anche durante la stagione degli amori, che cade a dicembre, i maschi non difendono un territorio, bensì seguono le femmine in estro e, se non c’è molta neve, le femmine vivono alle medesime altitudini che prediligono d’estate. Comunque è indubbio che mediamente anche lo stambecco sia più facilmente visibile in inverno ad altitudini più basse (1600-2300 metri slm), fino a frequentare il fondovalle durante la primavera. Lo stambecco è il simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso. E’ infatti grazie all’istituzione della Riserva Reale di Caccia (anno 1836) e poi del Parco (anno 1922) che la specie, ridotta nei primi decenni dell’ottocento a meno di 100 esemplari , ha potuto salvarsi dall’estinzione. Per quanto possa sembrare paradossale, è stata proprio l’istituzione della Riserva reale di caccia che ha garantito la costruzione di una sentieristica , di una rete di rifugi e la preservazione di un ampio territorio da un troppo incisivo intervento umano. Di tutto ciò si sono avvantaggiati proprio i camosci e gli stambecchi che, benchè cacciati dal Re, venivano durante tutto l’anno risparmiati dai valligiani. Diverso il destino della lince per la quale il Re concedette un premio per ogni uccisione, ritenendola dannosa per la selvaggina. Oggi sembra che questo elusivo felino stia lentamente tornando nel Parco sebbene non si possa affermare con sicurezza che si sia stabilita definitivamente o piuttosto sia solo temporaneamente presente. Non vi sono dubbi di alcun tipo invece per quel che concerne la presenza di un altro grande predatore: il lupo. C’è un branco che già da tempo gravita nella Valsavarenche e la cui presenza si sta purtroppo dimostrando tutt’altro che discreta.


In montagna una delle cose che più affascina è il fluire delle stagioni che chiaramente qui si alternano in maniera molto più netta rispetto alle altitudini più basse. La percezione delle stagioni risulta più marcatamente caratterizzata che altrove in relazione ai cicli comportamentali che vanno a contraddistinguere le diverse specie animali. L’autunno è segnato dalla preparazione alla fase del letargo messa in atto dalle marmotte. In ottobre e ancora di più in novembre non è raro assistere alle corse a perdifiato dei camosci che si rincorrono nelle contese che segnano la stagione degli amori. In dicembre è invece il turno degli stambecchi e nei boschi risuona il rumore della cornate sferrate durante i combattimenti fra maschi.
In inverno gli animali del Parco, in condizioni metereologiche particolarmente avverse, subiscono solitamente una dura selezione che colpisce soprattutto gli individui deboli e i più giovani. Stambecchi e camosci sono costretti a frequentare le zone meno innevate come quelle localizzate lungo i pendii scoscesi esposti a sud.
La primavera è il periodo del risveglio e sembra quasi di respirare una sorta di gioiosità. Le marmotte escono dal letargo e i grandi ungulati, ormai al riparo dai rischi dell’inverno, sono intenti a recuperare le forze perdute. Infine l’estate è il periodo in cui avvengono le nascite e in cui gli animali sono impegnati soprattutto ad alimentarsi in modo da affrontare al meglio il prossimo inverno dando inizio ad un ulteriore ciclo.
L’alternarsi delle stagioni è segnato da un cambiamento di colori di cui la natura veste queste montagne nei diversi periodi dell’anno. E’ come in un teatro in cui al cambio d’atto cambiano gli scenari che fanno da sfondo alle vicende dei protagonisti.