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Mi capita qualche volta di chiedermi perché io dedichi il mio tempo libero alla fotografia di animali, soprattutto di fronte agli sguardi perplessi di quelle persone che proprio non riescono a capire il senso di questa mia passione.
Spesso non è facile scorgere dentro il nostro animo le vere motivazioni che ispirano i nostri comportamenti; come ben sanno le persone più avvedute, l’universo che abbiamo dentro di noi è altrettanto infinito e complesso di quello che sta tutto intorno a noi.
Pur consapevole di tutto ciò, penso comunque che questa mia passione abbia radici molto profonde.
L’uomo, la sua psiche, i suoi modelli comportamentali si sono evoluti per “funzionare” all’interno di piccoli gruppi di cacciatori. Gli istinti e le pulsioni più inconsapevoli che si attivavano nel cervello di quegli uomini, possono essere rivissuti dentro di  noi in una sorta di ricerca paleontologica “vivente”.
Quando un orso si avvicina spezzando gli arbusti, con il suo tipico respiro sbuffante, c’è sicuramente un attimo  in cui il cuore che ti sbatte forte nel petto e gli occhi attenti non possono che essere gli stessi di quelli di un cacciatore del paleolitico. Le lunghe ore di lenta ricerca o l’attesa  paziente vivificano così un copione andato in scena infinite  volte.
Non avere il fucile in mano, svestendosi di una superiorità artificiale, serve allora a riacquisire una purezza primigenia, a ricostituire il rispetto profondo, quasi religioso, che avevano i nostri progenitori nei confronti di questi animali. Si riattivano magicamente tutti quei meccanismi comportamentali che sono propri della nostra specie.
Però tutto questo non basta…
C’è forse una esigenza di silenzio.
…e la natura sa creare silenzio anche dai suoi suoni. Le foglie agitate dal vento o i sassi mossi dalle onde  del mare diventano così il complemento di quel silenzio, gli danno una forma, lo rendono pieno e “rotondo”.
E’ questo il silenzio che cerco quando mi incammino all’alba sui sentieri delle Alpi o trascino la mia slitta sulle piste innevate della Finlandia. La fotografia richiede e concede il tempo per guardare secondo una scansione temporale necessariamente lenta. Tutto diventa importante, anche e soprattutto le sfumature. Il freddo, la nebbia, la luce o i colori: tutto può incidere sulla possibilità di trovare l’animale da fotografare o sulla resa estetica della foto.
Il fotografo vive intensamente l’alternarsi delle stagioni. L’avvicendarsi dei colori, delle nascite e delle morti, del freddo e del caldo rappresentano così una emozione che si rinnova ogni anno come se fosse sempre la prima volta!
Ecco! Sono questi alcuni dei motivi che mi spingono a portare sulle spalle i miei 10 chili d’attrezzatura fino ai 2500 metri dei pascoli d’alta quota del Parco del Gran Paradiso!
Ce ne sono anche altri, ma tutti animati comunque dalla considerazione di fondo di una fotografia intesa come mezzo piuttosto che come fine.

Roberto Boccucci